Intervista a Padre Spataro

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”   Don Roberto Spataro, sdb, insegna Letteratura Cristiana antica ed è il segretario della Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche dell’Università Pontificia Salesiana, denominata anche Pontificium Institutum Altioris Latinitatis.
I – INCONTRO CON DON SPATARO
(Fatta eccezione per le ultime due risposte, date in esclusiva per la nostra edizione italiana [Paix Liturgique], questa intervista è stata realizzata nel gennaio 2013 da Ilaria Pisa per il sito Campari e de Maistre)

1) Negli ultimi cinquant’anni lo studio della lingua latina da parte degli uomini di Chiesa, anche nei seminari, sembra essere stato declassato e aver perduto interesse: quali le cause, secondo lei? È stato il frutto di una scelta organica?
Don Spataro: Più che una scelta organica e programmata, credo che il disinteresse per lo studio del latino all’interno della Chiesa sia stato l’esito di un’atmosfera culturale che, mentre deprezzava la Tradizione, inseguiva ingenuamente le res novae. Inoltre, anche all’interno della Chiesa, è stato sciaguratamente assorbita la noncuranza per gli studia humanitatis che più generalmente si diffondeva nella società civile e nel mondo dell’educazione.

2) L’abbandono pressoché totale del latino, anche nella Liturgia, in seguito alla riforma del Messale Romano operata dal Venerabile Paolo VI, ha davvero incarnato gli auspici espressi dai Padri Conciliari nella Sacrosanctum Concilium?
Don Spataro: Il Messale Romano di Paolo VI è in lingua latina. Soprattutto, però, occorre ricordare che la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium prescriveva l’uso della lingua latina nella liturgia, pur prevedendo un ragionevole e proficuo inserimento delle lingue nazionali in alcune parti. Appare evidente a molti che la riforma liturgica, seguita alla celebrazione del Concilio, non ha rispettato il dettato conciliare.

3) Non trova che nella Liturgia l’“ostacolo linguistico” costituito, oggi, dal latino costituisca un incentivo a compiere quel necessario sforzo mentale che consente al fedele di entrare nella dimensione sacrale e liturgica, radicalmente diversa dalla quotidiana?
Don Spataro: Effettivamente, un dato pressoché universale della fenomenologia delle religioni è costituita dall’uso di una lingua “sacra” differente da quella adoperata nella realtà quotidiana. Il latino, inoltre, per alcune sue peculiari caratteristiche, è adatto ad esprimere le res sacrae.

4) C’è il rischio che l’abbandono del Latino abbia portato o stia portando una minore unità e coesione all’interno della Catholica? Che i suoi effetti, insomma, non si spieghino soltanto sul piano culturale, essendo l’unità di linguaggio segno dell’unità di fede?
Don Spataro: Sono d’accordo con Lei: quando il Papa Giovanni XXIII promulgò la costituzione apostolica Veterum Sapientia sul valore del latino, sottolineò energicamente che un’istituzione internazionale, quale la Chiesa Cattolica, ha bisogno di una lingua sovranazionale. Il latino, lingua immortale e che non appartiene ad alcun popolo, corrisponde perfettamente a questa esigenza. Perdendo l’uso attivo del latino, sono state rese più difficili le comunicazioni tra gli Episcopati e la Santa Sede. Inoltre, la conoscenza del latino permette, soprattutto ai sacerdoti, di entrare in una sorta di comunione “diacronica” con i documenti della fede dei secoli passati, documenti che hanno formulato la fede della Catholica, spesso opere di santi, di insigni dottori, espressione dell’autentico sensus fidelium. Senza il latino, insomma, ci si espone al rischio di un’ecclesiologia debole, parcellizzata nel locale, priva di legami con la Tradizione.

5) I grandi teologi della storia della Chiesa hanno composto le loro opere in latino. L’abbandono del latino in teologia può aver prodotto gap nella comprensione della grande tradizione teologica della Chiesa, con ripercussioni sul piano dottrinale? Può aver causato fraintendimenti, anche gravi, generati dal ricorso a categorie insufficienti e a concetti labili, basati su un lessico privo di univocità?
Don Spataro: Io credo che il latino sia una lingua che educhi a non essere prolissi. Mi pare che sia un difetto in cui cadano non poche pubblicazioni teologiche contemporanee. Inoltre, il latino è una lingua che educa alla precisione nella comunicazione del pensiero. Per queste sue caratteristiche, sobrietà e precisione, evita conflitti di interpretazione dei testi.

6) Il 30 marzo, per la messa detta “Lætare”, lei celebrerà a Verona la forma straordinaria del rito romano ossia la messa tradizionale che la gente chiama ancora spesso “messa in latino”. Può dirci quand’è che l’ha scoperta e cosa l’ha portata a celebrare la messa secondo il messale del Beato Papa Giovanni XXIII?
Don Spataro: Sin dalla mia giovinezza (oggi ho 48 anni), sono stato incuriosito dalle vicende della Fraternità di San Pio X. Mi colpiva l’amore di questa comunità per la Messa antica. Dopo il Summorum Pontificum ho approfondito l’argomento ed ho compreso la ricchezza dottrinale di questo rito. Nel 2010, mentre vivevo a Gerusalemme, da parte di una comunità religiosa femminile ho ricevuto l’invito a celebrare la Santa Messa tridentina. Da allora, ogni volta che si presenta l’occasione, celebro con gioia con il Messale del 1962 perché è un tesoro di autentica teologia e di profonda spiritualità. Mi aiuta a diventare più buono e ne ho tanto bisogno! Inoltre, e soprattutto, è per i fedeli un alimento molto solido per incrementare la vita di Grazia. Non è questa l’azione pastorale fondamentale?

7) Da docente di latino e da sacerdote che celebra ‘in utroque usu’, può dare qualche consiglio ai preti e ai fedeli che si sentono attratti dalla liturgia tradizionale, per la sacralità e la centralità del mistero eucaristico, ma si sentono frenati dalla loro ignoranza del latino?
Don Spataro: Anzitutto, vorrei sottolineare che l’uso della lingua latina è un elemento essenziale del rito tridentino che, mettendo l’accento sulla santità dell’azione liturgica, valorizza l’uso di una lingua sacra, come già accennato. Nel dare consigli, vorrei fare una distinzione. Ai fedeli che non hanno il tempo di studiare sistematicamente la lingua latina, direi di utilizzare, come moltissimi già fanno, messalini bilingue. Dopo poco tempo, dal confronto tra il testo latino e quello nella propria lingua, e con qualche spiegazione fornita in momenti di formazione liturgica, saranno in grado di apprezzare il linguaggio dell’Ordo Missae. Ai sacerdoti, invece, suggerirei lo studio del latino non solo per celebrare digne et competenter, ma anche per entrare in contatto con tutta la tradizione della teologia e della spiritualità espressa in lingua latina di cui la Messa tridentina è frutto eccellente. Con il consenso degli Ordinari, potrebbero dedicare un tempo di aggiornamento proprio allo studio del latino: sei mesi intensi, con un metodo appropriato e docenti preparati sono sufficienti per ottenere risultati più che soddisfacenti.

II – I COMMENTI DI PAIX LITURGIQUE
Il Pontificium Institutum Altioris Latinitatis dove insegna padre Spataro, voluto da Giovanni XXIII, sta allo studio del latino come il Biblicum a quello delle Scritture. I sacerdoti che hanno bisogno di corsi intensivi di latino devono sapere che l’istituto, con sede presso la Pontificia Università Salesiana a Roma, offre delle proposte a riguardo.
Da un motu proprio all’altro: alla fine del 2012, Benedetto XVI, con il motu proprio Latina Lingua che istituiva Pontificia Accademia di Latinità, realizzò uno degli ultimi atti profetici del suo pontificato. Anche se oggi il lavoro di questa accademia è ancora allo stato embrionale, non è privo di significato il fatto che Papa Benedetto abbia scelto proprio don Spataro come segretario di questa istituzione. Come testimonia l’intervista che pubblichiamo questa settimana padre Spataro si trova in grande sintonia con il precedente pontefice. Nel 2012, essendo stato invitato a tenere una rubrica in latino per le pagine di Avvenire, padre Spataro aveva scelto di inaugurarla con un testo in difesa delle minoranze creative in Europa, ispirato dai principi della filosofia greca, della morale cattolica e del diritto romano. Scommettiamo che questo pezzo dal titolo “Quid opus est gentibus Europae? Paucis sed optimis hominibus” non sia sfuggito allo sguardo di Benedetto XVI.
L’intervista con don Spataro sottolinea il fatto che per alcuni preti, come anche per molti fedeli, il latino possa apparire come un “ostacolo”. Già in un articolo per il settimanale di Padre Pio (pregate per i Francescani dell’Immacolata!), padre Lazzaro M. Celli affrontava l’argomento: “Una delle obiezioni più frequenti alla diffusione della Messa tridentina, dunque della liturgia in latino, è la scarsa conoscenza della lingua antica, sia per una parte del clero, sia per una parte dei fedeli. Questa critica è facilmente superabile se comprendiamo che nella liturgia c’è un livello di comunicazione che trascende il linguaggio e poggia sull’essenza della sua sacralità. La liturgia è, pertanto, luogo di comunicazione del soprannaturale, dell’incontro con il Cristo sofferente, attraverso l’Immacolata. È un appuntamento con gli angeli custodi e i santi. È un meeting con il Paradiso. Se così, per partecipare alla Messa tridentina, non è necessario che i fedeli siano latinisti, occorre solo la disposizione dell’anima a santificarsi.”
Padre Spataro fa spesso riferimento al fatto che il latino attira ancora molti studenti… in Cina! Così avviene anche negli Stati Uniti e in Germania. Tuttavia sappiamo bene che in Italia come in Spagna, ma soprattutto in Francia, l’insegnamento della lingua latina nelle scuole è sempre più minoritario. Perché il latino divenga nuovamente ed effettivamente la lingua della Chiesa bisognerà dunque che il suo insegnamento nei seminari sia sufficiente per poter recuperare il ritardo accumulato dai futuri sacerdoti nei loro studi precedenti. Cosa che oggi purtroppo ci appare un miraggio…
Poco a poco il CNSP sta trovando il suo spazio nel panorama cattolico italiano in complementarietà con le realtà già esistenti. Questa iniziativa di Verona è infatti organizzata con la partecipazione della sezione San Pietro Martire di Una Voce e ci consente inoltre di conoscere una nuova figura di sacerdote pronta a testimoniare delle ricchezze della liturgia tradizionale della Chiesa. Ringraziamo dunque il CNSP per la sua azione che siamo certi durerà ancora a lungo perché i frutti del motu proprio di Benedetto XVI saranno sempre più numerosi…  “

Fonte: chiesaepostconcilio, che a sua volta attinge dal sito del Coordinamento Nazionale Summorum Pontificum.

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