Ricorrenze importanti per Napoli

Oggi ricorrono le memorie liturgiche di alcuni Santi profondamente legati alla storia di Napoli: di S. Francesco Saverio Maria Bianchi, barnabita, sepolto nella Chiesa di S. Maria di Caravaggio a Napoli, dove morì il 31 gennaio del 1815; dei SS. Ciro medico e Giovanni soldato, martirizzati nel 303 ad Alessandria d’Egitto sotto Diocleziano, le reliquie dei quali furono traslate nel 1600 presso la chiesa partenopea del Gesù Nuovo ad opera del Cardinale Arcivescovo Francesco Sforza; della Regina delle Due Sicilie Maria Cristina di Savoia, beatificata sabato scorso (25 gennaio 2014) nella Basilica di S. Chiara, dove anche si conservano le sue spoglie mortali. Infine, non è possibile tralasciare il ricordo del grande S. Giovanni Bosco, il quale era sì piemontese, ma nel 1883 celebrò la S. Messa nella Chiesa di S. Giuseppe Maggiore in Napoli (via Medina).

S. Giovanni Bosco

S. Giovanni Bosco

Possano questi grandi Servi del Signore intercedere per la nostra bella e purtroppo martoriata città!

Reliquie di S. Ciro, poste sotto l'Altare

Reliquie di S. Ciro,  sotto l’Altare del Crocifisso

Per l’approfondimento della figura dei SS. Ciro e Giovanni, vd. qui; della B. Maria Cristina, qui; di S. Giovanni Bosco, qui.

Beata Maria Cristina Regina delle Due Sicilie

Beata Maria Cristina Regina delle Due Sicilie

Riproduco invece il testo della relazione sul Barnabita Arpinate tenuta dal Rev. P. Giovanni Scalese CRSP il 23 aprile del 2010 presso la Chiesa di S. Maria di Caravaggio nell’ambito di un convegno organizzato dalla Provincia Italiana Centro-Sud dei Barnabiti in occasione dell’Anno sacerdotale e pubblicata dal medesimo P. Scalese sul suo ottimo blog Querculanus il 2 maggio successivo.

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S. Francesco Saverio Maria Bianchi

” SAN FRANCESCO SAVERIO MARIA BIANCHI
LUCE E SPERANZA IN UN TEMPO DI CRISI
Credo che sia stata un’ottima iniziativa, da parte della Consulta provincializia, voler riproporre, in occasione dell’Anno sacerdotale, la figura di san Francesco Saverio Maria Bianchi. Forse, durante questo anno (che si avvia alla sua conclusione), noi sacerdoti ci siamo concentrati quasi esclusivamente su san Giovanni Maria Vianney: certamente focalizzarsi sul Curato d’Ars non può che averci fatto bene; ma non possiamo dimenticare che, accanto a lui, esiste una miriade di santi sacerdoti a cui volgere il nostro sguardo. Fra questi, come Barnabiti, non possiamo ignorare il nostro confratello arpinate, che si pone innanzi a noi non solo come una gloria di cui andar fieri, ma anche e soprattutto come un modello da imitare. Si tratta di una figura straordinaria, per alcuni versi paragonabile, ai nostri giorni, con quella di Padre Pio, ma con un destino totalmente diverso: mentre il Santo di Pietrelcina è conosciuto da tutti e il suo culto è diffuso in ogni parte del mondo, il Bianchi è pressoché ignoto al di fuori della ristretta cerchia dei concittadini e dei confratelli (e anche fra questi la conoscenza è spesso piuttosto limitata). Penso che sia l’unico iscritto all’albo dei santi che, al momento, non possa vantare neppure una chiesa dedicata al suo nome, né nella sua città natale, né in questa città (dove è vissuto ed è morto e che pure lo venera come il suo “apostolo”), né nella sua Congregazione. Forse meriterebbe un po’ piú di attenzione.
Il “secolo dei lumi”
Dal punto di vista storico, il periodo che dobbiamo considerare è quello che va dal 1743 al 1815, rispettivamente anno di nascita e di morte del Bianchi (un arco di 72 anni).
Dal punto di vista geografico, il contesto è quello del Regno di Napoli (che nel 1816 verrà unificato con quello di Sicilia, dando origine al “Regno delle Due Sicilie”). A scuola ci hanno insegnato che si trattava della regione piú arretrata d’Italia; probabilmente la realtà non era cosí catastrofica come vorrebbero farci credere. Anzi…
Il contesto culturale in cui ci muoviamo è quello dell’Illuminismo. Anche qui, abbiamo appreso dai manuali scolastici che il Settecento è il “secolo dei lumi”, quasi che esso sprigioni solo luce; mentre forse la realtà è un tantino piú complessa. Giorni fa Avvenire ha pubblicato in anteprima un capitolo del volume Oltre l’abisso, del filosofo-sociologo francese, tuttora vivente, Edgar Morin. Nel capitolo, intitolato “Oltre i Lumi”, l’autore sostiene che «la Rivoluzione francese si è fondata contemporaneamente sul trionfo e sulla crisi dei Lumi. Il trionfo, con il messaggio di emancipazione del 1789 [la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”]. La crisi, con il terrore e il culto della ragione (penso a Alejo Carpentier, nel suo splendido romanzo Il secolo dei lumi, in cui dice che i Lumi arrivarono ai Caraibi con la ghigliottina)» (“Agorà”, 11 aprile 2010, p. 4).
Ma, prima di arrivare alla Rivoluzione francese (che corrisponde, nella vita del Bianchi, al periodo della sua graduale trasformazione spirituale), non possiamo dimenticare il precedente fenomeno, non meno devastante per la Chiesa, dell’assolutismo illuminato, quando cioè i sovrani si accordarono con i “filosofi” (vale a dire gli intellettuali illuministi) per introdurre nei loro regni alcune “riforme”. Ci furono due serie di riforme. Innanzi tutto gli interventi sulla grande proprietà fondiaria, laica ed ecclesiastica, per introdurvi la borghesia con la nuova mentalità capitalistica tendente a sfruttare la terra che, in molti casi, rimaneva incolta. Tali interventi perlopiú fallirono; mentre ebbe successo un’altra serie di riforme, quelle ecclesiastiche. Si affermò in quel periodo il cosiddetto “giurisdizionalismo”, grazie al quale il sovrano rivendicava il diritto di dare il suo gradimento per la nomina di vescovi e parroci (“placet”) e pretendeva che le leggi ecclesiastiche fossero da lui approvate, perché potessero avere vigore (“exequatur”). Voi capite che si trattava di una drastica limitazione della libertà della Chiesa. Si voleva che il clero dipendesse dallo Stato; i beni ecclesiastici venivano spesso e volentieri espropriati; addirittura, in qualche caso (si pensi all’imperatore Giuseppe II, il cosiddetto “re sagrestano”), si giungeva al punto di voler regolamentare anche il culto; soprattutto, si voleva sottrarre alla Chiesa l’educazione, che fino ad allora era stata praticamente monopolio del clero; si cercò, sebbene senza molto successo, di formare delle chiese nazionali (“febronianesimo”); i religiosi venivano sottratti alla dipendenza dai loro superiori centrali; si iniziò una lotta senza quartiere contro i Gesuiti, che avrebbe portato, nel 1773, alla soppressione della Compagnia da parte del remissivo Clemente XIV.
Quale fu la reazione della Chiesa di fronte a tali riforme? L’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche fu piuttosto arrendevole dinanzi al potere politico. A parte gli ecclesiastici che si fecero addirittura sostenitori dei principi illuminati — basti qui menzionare il vescovo giansenista di Pistoia Scipione de’ Ricci, piú o meno contemporaneo del nostro Santo (1741-1809) — gli stessi pontefici si mostrarono piú che condiscendenti: non solo il già citato Clemente XIV (Lorenzo Ganganelli, 1769-1774), ma anche il solitamente celebrato Benedetto XIV (Prospero Lambertini, 1740-1758) condusse una politica di continui cedimenti alle potenze dell’epoca (fu lui a nominare come visitatore dei Gesuiti in Portogallo il cardinale Saldanha, parente del marchese di Pombal, primo ministro massone di quel paese). Potremmo dire che, per la Chiesa, il Settecento fu tutt’altro che un “secolo dei lumi”; esso fu piuttosto un secolo buio. Grazie a Dio, quando l’oscurità è piú profonda, c’è sempre qualche luce che si accende: il Settecento, come tutte le altre epoche critiche nella storia della Chiesa, fu illuminato da non pochi santi. Basti qui fare due nomi: san Paolo della Croce (1694-1775) e sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), entrambi promotori in Italia di un’opera di rievangelizzazione attraverso le “missioni popolari”.
Quali furono i riflessi delle “riforme” sui Barnabiti? Negli anni Sessanta del Settecento nel Napoletano si stabilí, prima, che i noviziati dei religiosi potessero accogliere solo candidati originari del Regno; poi vennero addirittura banditi tutti i religiosi “stranieri”. Nel 1774, per ordine del Papa, i Barnabiti dovettero subentrare ai Gesuiti nella conduzione di alcune loro opere, come il complesso di Santa Lucia a Bologna e il Gesú a Perugia. Nel 1781 la Provincia Lombarda e quella Germanica furono separate dal resto dell’Ordine. Nel 1783 i Barnabiti furono espulsi dalla Toscana, ponendo cosí fine alla ultracentenaria storia della Provincia Etrusca. Nel 1789 le case religiose del Regno di Napoli furono separate dai superiori residenti a Roma (si tenga presente che a quell’epoca le case napoletane non costituivano ancora una provincia; la Provincia Napoletana sarebbe stata eretta solo nel 1850). Le riforme introdotte nel Napoletano, naturalmente, ebbero ripercussioni, in un modo o nell’altro, nella vita del Bianchi.
Nel 1789 ebbe inizio la Rivoluzione francese. A parte qualsiasi giudizio di valore, non si può negare che tale data segni una svolta nella storia dell’Occidente: dopo la Rivoluzione, nonostante il Congresso di Vienna e la Restaurazione, il mondo non fu piú lo stesso; l’Ancien Régime scomparve per sempre. In un primo momento poteva sembrare che si trattasse di un evento interno alla Francia; ma nel 1796, con la prima campagna d’Italia, a opera di Napoleone, ebbe inizio l’esportazione della Rivoluzione in Europa. Ufficialmente si volevano diffondere gli ideali di libertà, fraternità, uguaglianza; di fatto, fu un vero e proprio saccheggio: si trattava di risolvere la crisi economica provocata in Francia dalla rivoluzione. La spoliazione d’Italia fu attuata con metodo scientifico. I principi, illuminati o non-illuminati che fossero, vennero spodestati e si diede vita a molteplici repubbliche giacobine. Ne ricordiamo solo due: quella romana del 1798 (il papa Pio VI — Giovanni Braschi — fu deportato in Francia, dove morí l’anno successivo) e quella partenopea del 1799. Si trattò di un’esperienza brevissima (solo sei mesi, da gennaio a giugno), fallita, secondo Vincenzo Cuoco (1770-1823), per l’astrattezza delle idee dei “patrioti”, completamente distaccati dal popolo (“rivoluzione passiva”).
Se le repubbliche giacobine furono espressione di ristrette élitesintellettuali, un fenomeno autenticamente popolare fu la reazione delle masse all’imposizione dell’utopia rivoluzionaria: le cosiddette “insorgenze”. Solitamente i manuali scolastici — che ignorano tale termine — ci presentano, ovviamente in una luce negativa (come espressione di ignoranza e di populismo reazionario), solo due di tali sollevazioni popolari: la prima, quella della Vandea, nel 1793, e poi quella sanfedista, capeggiata dal cardinale Fabrizio Ruffo, che pose fine all’esperienza della Repubblica partenopea (1799). Ma il fenomeno delle insorgenze è generale, in Italia e in Europa: ovunque arrivasse Napoleone a portare gli ideali giacobini, trovava contadini armati di forconi a difendere la loro fede, la loro cultura e le loro tradizioni. Ricordiamo che in Italia, fra il 1796 e il 1799, ci furono insorgenze in Piemonte e Val d’Aosta, in Liguria, in Lombardia, nella Repubblica di Venezia (“Viva San Marco”), in Tirolo (Andreas Hofer), nella Romagna (la “Vandea italiana”), in Toscana e Umbria (“Viva Maria”), nelle Marche, negli Abruzzi, a Roma e nel Lazio (Fra Diavolo), in Campania, in Puglia e Lucania, in Calabria. Ma nessuno ce ne parla. All’estero, non possiamo non menzionare la grande insorgenza spagnola (1808-1813), che segnò l’inizio del declino di Napoleone.
Il 1799 fu l’anno del colpo di Stato di Napoleone, che portò al consolato e, successivamente, nel 1804, all’impero. Nel 1806 i francesi occuparono il Regno di Napoli, ponendo sul trono Giuseppe Bonaparte (mentre Ferdinando IV si rifugiò in Sicilia); al clero fu chiesto il giuramento di fedeltà; l’Arcivescovo fu costretto a fuggire. Nel 1808 Giuseppe Bonaparte divenne re di Spagna e fu sostituito da Gioacchino Murat. Questi, nel 1809, emanò le “leggi eversive del feudalesimo”, soppresse gli ordini religiosi (fra cui anche la nostra Congregazione) ed espropriò i loro beni. Nello stesso anno lo Stato pontificio fu annesso all’impero e il papa Pio VII (Barnaba Gregorio Chiaramonti) fu condotto prigioniero in Francia (stessa sorte toccò anche al padre generale, futuro cardinale, Francesco Luigi Fontana). Nel 1810 Napoleone soppresse gli ordini religiosi (il decreto imperiale faceva esplicita menzione anche dei Barnabiti); nel 1812 ci fu la campagna di Russia; dopo la sconfitta di Lipsia (1813), nel 1814 Napoleone fu costretto ad abdicare e a ritirarsi all’isola d’Elba. Il 1815 è l’anno dei “cento giorni”, della definitiva sconfitta di Napoleone a Waterloo e del suo esilio a Sant’Elena (dove sarebbe morto nel 1821); l’anno del Congresso di Vienna e della restaurazione delle antiche dinastie (fra cui quella dei Borboni a Napoli). Ed è pure l’anno della morte del Bianchi, che aveva in vario modo previsto tali avvenimenti. Semplice coincidenza?
La via dell’umana sapienza
Francesco Saverio Maria Bianchi fu educato dai Barnabiti ad Arpino, nel Collegio dei Santi Carlo e Filippo. Successivamente, essendo nipote di un sacerdote, fu mandato a Nola, in seminario, dove studiò prima le lettere, poi la retorica e infine la filosofia, come si usava a quel tempo. Terminato questo ciclo di studi, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Napoli; ma fu un’esperienza negativa, che lo indusse ad abbandonare, dopo appena un anno, gli studi. Già sentiva la vocazione religiosa: in un primo momento avrebbe desiderato entrare tra i Gesuiti; poi finalmente si decise per i suoi antichi maestri.
Fece il noviziato a Zagarolo (1763), poi si trasferí a Macerata (1764), per studiare la filosofia; quindi a Roma (1765-66), per attendere agli studi teologici, che proseguí poi a Napoli (1766-67). Quando aveva appena compiuto 23 anni, nel 1767, fu ordinato sacerdote. Evidentemente riusciva molto bene negli studi se, subito dopo l’ordinazione, fu mandato a insegnare retorica ad Arpino (1767-69). Fu quindi trasferito a Napoli dove iniziò ad insegnare filosofia (1769-72). Fu addirittura invitato a insegnare nell’Università di Napoli; ma, siccome le nostre Costituzioni non permettevano l’insegnamento nelle università pubbliche, fu costretto a rifiutare. Nonostante questo, però, fu nominato professore straordinario di teologia dogmatica e polemica all’Università di Napoli. Era anche socio nazionale della Reale Accademia delle Scienze e delle Belle Lettere per la classe di “istruzione della storia medievale”. Come vedete, aveva una formazione molto vasta, che spaziava in diversi campi del sapere.
A proposito di questi suoi studi il Bianchi ci ha lasciato una testimonianza assai preziosa: «Anch’io nel tempo della mia giovinezza fui molto affezionato a simili conoscenze; e pregai Dio che mi aiutasse per servire con vantaggio della mia Congregazione. Dietro a queste preghiere eccomi una volta sopraffatto di tanto lume che, quasi squarciandomisi un velo davanti alla mente, mi si manifestarono le verità delle scienze umane, di quelle ancora non mai studiate, per un’intelligenza infusa, conforme già a Salomone. Per lo spazio di circa ventiquattro ore mi assisté questo lume, infino a che, come se di nuovo il velo si calasse, tornai ignaro qual era, mentre mi sentiva in cuore una voce: Questa è l’umana sapienza; e a che giova? Studia me, studia il mio amore». Un’esperienza mistica importante (è chiamata dono della “scienza infusa”); una prima avvisaglia di ciò che sarebbe avvenuto successivamente.
Iniziò poi anche una certa carriera ecclesiastica, giacché, a seguito dell’espulsione dei religiosi stranieri dal Regno di Napoli (1769), fu nominato superiore del Collegio di Santa Maria in Cosmedin a Portanuova, rimanendo in carica per ben dodici anni (1773-1785). Nel 1779 partecipò al Capitolo generale a Milano, ricoprendovi la carica di cancelliere. Terminato il Capitolo, accompagnò il nuovo padre generale Scipione Peruzzini nella visita alle case del Piemonte e della Lombardia. Nel 1785 partecipò nuovamente al Capitolo generale, questa volta a Bologna. Pare che si tentò pure di nominarlo vescovo, ma lui sempre rifiutò.
A un certo punto, ci fu una svolta nella vita del nostro Santo, una vera e propria “conversione”. Abbandonò interamente i libri, le amicizie, gli studi ameni, gli incontri con i dotti e si raccolse nella propria cella, cominciando a vivere completamente la vita nascosta con Cristo in Dio (Col 3:3). Lasciò ciò che gli era piú caro, i suoi amati studi; ma, nonostante questo, negli ultimi anni della sua vita, quando ormai i Barnabiti erano stati soppressi, si preoccupava — pensate un po’ — di comperare i libri per la biblioteca, per quando l’Ordine sarebbe stato ristabilito (ciò che avvenne tre anni dopo la sua morte, nel 1818, a San Giuseppe a Pontecorvo e, successivamente, qui a Santa Maria di Caravaggio).
L’ascesa alla santità
Tale conversione non fu una trasformazione improvvisa, come quella di Saulo sulla via di Damasco, ma una maturazione progressiva (durò piú di dieci anni), di cui possiamo cogliere alcune tappe, databili con una certa precisione.
Nel 1787, durante il mese di maggio, si ammalò seriamente; pensò addirittura che fosse ormai vicina la fine (sebbene avesse solo 44 anni); ma un’anima pia, la terziaria francescana suor Maria Francesca delle Cinque Piaghe (Anna Maria Gallo, 1715-1791), ora anche lei canonizzata, disse al Bianchi: «Abbiate fede, che nel nome di Dio dovete star bene; vi resta di faticar molto per lui: toglietevi ogni apprensione e abbiate fede». A me questo fa pensare a un’esperienza simile, avvenuta molti secoli prima, quella del profeta Elia, il quale, dopo il sacrificio del Carmelo, nel quale aveva sconfitto i profeti di Baal, era perseguitato dalla regina Gezabele e a un certo punto, stanco di vivere, si rivolse al Signore, dicendogli: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». Ma l’angelo lo scosse e gli disse: «Alzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino» (1 Re 19).
Il 3 giugno successivo, festa della santissima Trinità, alzandosi dal letto al mattino, il nostro Santo ricevette quello che lui chiamò un “biglietto” da parte di Gesú, un’ispirazione celeste: «Ego ero merces tua magna nimis». Si tratta di una citazione del libro della Genesi, quando Dio dice ad Abramo: «Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande» (15:1).
All’inizio dell’anno seguente, l’11 gennaio 1788, ricevette una visita dello Spirito Santo, ancora una ispirazione, che gli serví per penetrare un versetto dei salmi: «Ascensiones in corde tuo disposui» (83:6). Di per sé, soggetto, verbo e aggettivo possessivo nel testo della Volgata (che traduce la LXX) sono alla terza persona: «Beatus vir, cuius est auxilium abs te, ascensiones in corde suo disposuit» (tradotto dalla CEI, che segue il testo ebraico: «Beato l’uomo che trova in te il suo rifugio e ha le tue vie nel suo cuore»). Ma il Bianchi accolse queste parole come se gli fossero rivolte dal Cielo: «Io ho disposto delle ascensioni (cioè una “ascesa” spirituale) nel tuo cuore».
Nel 1789 (l’anno della Rivoluzione francese), aprendo la Bibbia a caso, come era solito fare, gli caddero gli occhi su un altro versetto dei salmi: «Ego Dominus Deus tuus, qui eduxi te de terra Ægypti. Dilata os tuum et implebo illud» (80:11: «Sono io il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto salire dal paese d’Egitto; apri la tua bocca, la voglio riempire»).
Il culmine di questa “ascesa” si avrà nel giorno di Pentecoste dell’anno 1800, il 1° giugno. In tale occasione Saverio si recò a pregare, come spesso faceva, in una chiesa di monache di clausura, la chiesa del Divino Amore, dove c’era l’esposizione eucaristica, e lí, durante la preghiera, vide un raggio di luce che partiva dall’ostensorio e lo raggiunse al petto, lo penetrò, gli ferí il cuore, e svenne. Si tratta di un fenomeno non molto conosciuto e neppure molto diffuso: la “trasverberazione”. Sono relativamente pochi i santi che hanno avuto questo privilegio: il caso piú celebre è quello di santa Teresa d’Avila (immortalato dal Bernini nella chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma); ai nostri giorni, un santo che ha avuto lo stesso dono è Padre Pio da Pietrelcina, che fu trasverberato prima ancora di ricevere le stimmate. Ebbene, anche il nostro Santo, nella Pentecoste del 1800 fu trafitto al cuore. Probabilmente si trattava della risposta del Signore a una sua preghiera. Abbiamo una esplicita testimonianza in proposito. Il Bianchi, sebbene solitamente non parlasse molto di sé, in certi momenti, colloquiando con i suoi figli spirituali, si lasciava andare a qualche confidenza e un giorno disse: «Io ho pregato sempre il Signore di imprimere nel cuor mio la sua passione, come la impresse già sul velo della Veronica; e il Signore mi ha esaudito» (Eco dei Barnabiti, n. 4/2000, pp. 27-31).
Dopo questa esperienza, Saverio fu colmato di tutta una serie di doni straordinari. Abbiamo già visto che in una circostanza, almeno per ventiquattro ore, ebbe il dono della scienza infusa; dopo la trasverberazione era molto frequente in lui il fenomeno del rimbalzo oesultazione del cuore, cioè delle palpitazioni cardiache che lo colpivano o quando era in preghiera o quando anche solo vedeva una immagine sacra o sentiva un canto sacro (incominciava immediatamente a palpitare o a sudare e i presenti che lo conoscevano dovevano prendere le necessarie misure per farlo tornare in sé). Ebbe il dono delle lacrime; il fulgore sul viso; i doni della levitazione, della bilocazione, del profumo delle piaghe. Ebbe visioni e rivelazioni; era dotato del dono della profezia, innanzitutto nella direzione spirituale (penetrava senza difficoltà l’animo dei suoi discepoli); piú volte poi preannunciò i castighi divini per gli sconvolgimenti sociali (predisse l’eruzione del Vesuvio del 1804 e il terremoto del 1805); prevedeva guarigioni e decessi; pronosticava anche il successo negli affari e nella carriera; fece non poche profezie politiche e seguí, oggi diremmo “in tempo reale”, alcuni importanti avvenimenti storici, come l’esilio di Pio VII o la campagna di Russia (vedeva ciò che stava succedendo in quel momento al papa o a Napoleone; poi lo raccontava alle persone che lo circondavano e diceva loro di annotarlo; quando poi avevano modo di controllare, scoprivano che quei fatti erano realmente accaduti). Ebbe il dono dei miracoli: fermò la lava del Vesuvio; operò diverse guarigioni; moltiplicò il denaro per aiutare chi era nel bisogno. Va inoltre ricordato il fenomeno prodigioso riportato da tutti i biografi: dal 25 marzo 1814, quando oramai era completamente immobilizzato su una poltrona, per sei mesi riuscí miracolosamente ad alzarsi per celebrare la santa Messa; terminata la quale, doveva di nuovo sedersi e rimaneva immobilizzato fino al giorno successivo. Infine ebbe quel misterioso morbo che lui chiamò “spine e fuoco”, cioè delle piaghe che lo tormentarono alle gambe per oltre dieci anni, gli ultimi della sua vita. Queste piaghe gli erano state predette da suor Maria Francesca. Un giorno questa gli toccò gli arti inferiori dicendo: «Oh, quanto avranno a soffrire queste gambe!», molti anni prima che ciò avvenisse. Un fenomeno mistico prima che fisiologico. I medici non riuscivano a dare una spiegazione né a trovare un rimedio; anzi molto spesso gli provocavano maggiori sofferenze con i loro tentativi totalmente inefficaci. Un giorno il Bianchi disse: «Vi assicuro che da queste piaghe non leverete un dito». Il medico gli chiese: «Quale dito?». E lui rispose: «Il dito di Dio». Era pienamente consapevole che si trattava di un fenomeno soprannaturale e ne diede questa interpretazione: «Il Signore si degnò di visitarmi nel dolore e con l’ardore di queste piaghe, perché cosí, con questa forza opposta, si mitigasse la fiamma del mio cuore». Una specie di bilanciamento del dono mistico che aveva ricevuto nella chiesa del Divino Amore.
Sapeva perfettamente che tale straordinaria esperienza spirituale non era la cosa piú importante nella vita: non era tanto importante il dono della contemplazione — che pure è un dono che va accolto con riconoscenza — quanto piuttosto il compimento della volontà divina: «Al Signore non piace che io cerchi questo dono della contemplazione, ma che studi di morire a me stesso e di attendere solamente alla santa sua volontà»; «Signore, fate che io sempre cerchi di fare la vostra volontà divina in tutte le cose, e non me la fate trovare mai: fate che io la faccia, e non me la fate conoscere»; «Fa’ di me quello che sai e vuoi, senza saperlo io né prima né poi».
La grazia dell’apostolato
Per indicare la conversione, che abbiamo cercato di descrivere, solitamente viene usata dai biografi l’espressione “vocazione alla vita contemplativa”; personalmente preferisco usare un’altra locuzione, che ho trovato in Madre Teresa di Calcutta, e cioè “vocazione nella vocazione”. Credo che sia un’esperienza spirituale che ciascuno di noi deve fare, perché nessuno viene chiamato una volta per tutte; all’interno della propria vocazione ciascuno di noi riceve, prima o poi, una seconda chiamata; e questo è proprio il caso del Bianchi. Prima di questa “seconda vocazione” non è che egli fosse un peccatore: era sicuramente un buon religioso; ma a un certo punto si sentí chiamato a una vocazione piú alta. Ora, l’espressione comunemente usata — “vocazione alla vita contemplativa” — non mi sembra del tutto appropriata, perché potrebbe essere fraintesa: il Bianchi non diventò un monaco; con questa vocazione egli divenne piuttosto un apostolo. Leone XIII lo proclamerà “Apostolo di Napoli”. Giustamente, a questo proposito, qualche biografo ha parlato di “vocazione apostolica” del Bianchi, perché il suo apostolato cominciò proprio dopo questa esperienza mistica. Naturalmente si tratta di un apostolato che non consiste in quella agitazione fine a sé stessa che spesso contraddistingue la nostra azione pastorale e che non produce nessun frutto; ma un apostolato vero, che agisce in profondità, che trasforma le coscienze: molti cuori induriti si convertivano, molte anime tiepide intraprendevano i sentieri della santità.
Il Bianchi usciva poco dalla sua camera; negli ultimi anni non usciva piú, perché completamente immobile; eppure esercitava una profonda influenza nell’ambiente napoletano. La sua camera divenne meta di un incessante pellegrinaggio, al punto che gli rimaneva pochissimo tempo per sé. Disse una volta: «Carità vuole che io serva nel giorno al bisogno altrui, a me penso la notte».
Nonostante il suo rigore, era estremamente umano verso i fedeli; fece questa raccomandazione ai confessori: «Badiamo noi confessori: quando Iddio batte un’anima, non abbiamo da consigliarle altre mortificazioni, che riuscirebbero importune e forse nocive. Quando poi Iddio smetterà di batterla, potremo sí consigliarle di battersi da sé stessa, ma non siamo mai due in un tempo a battere». Allo stesso tempo era però molto esigente con quanti si sottoponevano alla sua direzione. Diceva: «Anime tapine, non ne voglio vedere».
La sua parola infiammava il cuore degli ascoltatori. Qualche testimone ha lasciato detto: «Sembrava un serafino, a parlarmi». Spesso bastava la sola presenza, bastava uno sguardo, un segno di croce sulla fronte, la mano sul capo, un abbraccio al petto, per trasformare le anime. Quelli che lo avvicinavano sentivano la presenza di Dio e, una volta accostatolo, non lo lasciavano piú. La sua vicinanza riempiva di pace. Un altro testimone disse: «Io entro qua pieno di inquietudine e ne riparto interamente tranquillo».
Il dono della profezia
L’esperienza mistica e apostolica non distolse il Bianchi dalla partecipazione alla vita sociale e politica del suo tempo. Non si tratta naturalmente di un intervento diretto: non è compito del religioso o del sacerdote immergersi nelle questioni temporali; ma neppure egli può rimanere neutrale, come spesso facciamo noi. Il Bianchi esprimeva un giudizio sulle vicende politiche del suo tempo.
Quando le case napoletane dei Barnabiti furono separate da Roma, nel 1789, egli non volle contribuire all’elezione di superiori indipendenti; continuò sempre a sentirsi dipendente dai legittimi superiori della Congregazione.
Incontrò anche il duca Carlo Emanuele IV di Savoia e sua moglie Maria Clotilde, che erano stati spodestati al termine della prima campagna di Napoleone, nel 1798. Vennero a Napoli e si incontrarono col nostro Santo, il quale cercò di confortarli.
Si oppose alla Rivoluzione napoletana del 1799 e non permise ai suoi discepoli di arruolarsi nella Guardia nazionale, costituita per l’occasione. Anticipò anche le violenze che si sarebbero scatenate il 15 giugno di quell’anno, al termine dell’esperienza della Repubblica partenopea, quando l’Armata della Santa Fede entrò in Napoli. Previde pure la brevità della restaurazione borbonica (che infatti durò soltanto fino al 1806).
Rifiutò il giuramento di fedeltà, richiesto da Giuseppe Bonaparte e non lo permise ai suoi discepoli. Fece in modo che diversi suoi discepoli non facessero il servizio militare, quando fu disposta la leva militare obbligatoria: i giovani, che erano stati già arruolati, all’ultimo momento venivano inspiegabilmente rimandati a casa. Fu anche minacciato di arresto; ma, nelle condizioni in cui si trovava, fu impossibile procedere.
Alcune delle profezie politiche a cui abbiamo fatto cenno. Quando Giuseppe Bonaparte nel 1808 lasciò Napoli per andare in Spagna, sentite che cosa disse il Bianchi a un suo amico: «Hai veduto la partenza di Giuseppe Bonaparte? Egli va nella Spagna e di là comincerà la mano del Signore a umiliare i francesi … Iddio vuol mostrare l’opera sua. Vedrai che dalla Spagna avrà principio la depressione francese; se altri potentati l’avessero fatto, si sarebbe attribuito il trionfo alla forza umana». Si sta riferendo proprio alla grande insorgenza spagnola, in un momento nel quale nessuno avrebbe potuto sospettare il tramonto dell’astro napoleonico. Disse ancora: «La rovina dei francesi comincerà dalla Spagna, mentre Dio per abbatterli si servirà degli spagnoli».
Nel 1812, durante la campagna di Russia, fu fatto cantare nel Duomo di Napoli, come in tutte le città, un Te Deum di ringraziamento, per celebrare la vittoria. Come reagí il Bianchi? Disse: «Avrebbero fatto meglio a cantare il Miserere … San Michele con la sua spada ha già distrutto quasi tutta l’armata francese entrata in Mosca. Un’anima — ovviamente è lui l’anima — ha veduto questo nella sua orazione. Notate questo giorno; e a suo tempo saprete che cosa ha fatto la mano del Signore».
All’inizio del 1815 (il 31 gennaio di quell’anno sarebbe morto) disse: «Questo è l’anno felice, l’anno della misericordia del Signore, l’anno che, dissipato il governo francese, risalirà sul trono il re Ferdinando!». E cosí avvenne.
Conclusione: “luce e speranza in un tempo di crisi”
Vorrei terminare con qualche riflessione. Il titolo di questa conferenza era: “San Francesco Saverio Maria Bianchi, luce e speranza in un tempo di crisi”. Abbiamo detto che il “secolo dei lumi” fu un’epoca piuttosto oscura per la Chiesa: un tempo di crisi, appunto. Abbiamo anche detto che questo secolo buio fu illuminato dai santi, fra i quali il Bianchi. Il nostro confratello costituisce una “luce”: in mezzo alle tenebre, egli tenne accesa una lampada e tale lampada permise ai suoi contemporanei di vedere la strada da percorrere. Nel momento della desolazione, egli fu un segno di speranza e di consolazione.
Il nostro Santo fu “luce e speranza” specialmente per i Barnabiti di duecento anni fa. Mi sembra emblematico che egli trascorse gli ultimi sei anni della sua vita e morí fuori della Congregazione (è vero che essa era stata già ristabilita a Roma nell’agosto del 1814; ma a Napoli fu ripristinata, come abbiamo detto, solo nel 1818). Potrebbe sembrare che egli segni la conclusione di una storia gloriosa; in realtà, con la sua umile esperienza, egli pose le premesse per l’inizio di una nuova storia. Gettò un seme che sarebbe germogliato dopo la sua morte. Per questo egli può, a buon diritto, essere considerato “secondo padre e fondatore” dell’Ordine. Potremmo — perché no? — applicare a lui la categoria di “riformatore”, prevista da sant’Antonio Maria Zaccaria nelle sue Costituzioni.
Piú o meno contemporaneo del Bianchi fu il cardinale Giacinto Sigismondo Gerdil (1718-1802): quando nacque il Bianchi, il Gerdil aveva 25 anni; quando morí il Gerdil, il Bianchi era quasi sessantenne. Anche il Gerdil è una gloria della Congregazione, di cui possiamo andar fieri: senza ombra di dubbio è il piú grande filosofo cristiano del Settecento; fra i sette cardinali barnabiti, è forse il piú illustre; se non fosse stato per il veto dell’Austria, nella storia della Chiesa avremmo avuto un papa barnabita. Eppure oggi siamo qui a commemorare san Francesco Saverio Maria Bianchi, e non il cardinale Gerdil. Perché il Bianchi, dopo aver percorso, come il suo eminentissimo confratello, le vie della scienza, a un certo punto cambiò strada e si inerpicò per gli impervi sentieri della santità. E con la sua santità contribuí al rinnovamento della Chiesa e della Congregazione.
Ma il titolo della conferenza non specifica a quale tempo di crisi ci si riferisca. Certamente era un tempo di crisi il Settecento; ma non meno critica è l’epoca in cui viviamo. Può san Francesco Saverio Maria Bianchi costituire una “luce” e una “speranza” anche per il nostro tempo? Direi proprio di sí.
Innanzi tutto, egli ci insegna che, se vogliamo riformare la Chiesa e la Congregazione, dobbiamo, come lui, farci santi. Non bastano gli studi; non basta essere dei grandi filosofi o dei grandi teologi; bisogna diventare santi. Se vogliamo rinnovare la Chiesa, non bastano le riforme strutturali e pastorali — pure necessarie — promosse dal Vaticano II. Per essere attuali e un tantino polemici: se vogliamo purificare la Chiesa dalla corruzione e dall’immoralità, non bastano i processi o le nuove guidelines della Santa Sede contro la pedofilia; ci vuole la santità.
Ma, oltre a mostrarci un cammino da seguire, valido per tutti i cristiani, e in special modo per i sacerdoti, penso che, in particolare, san Francesco Saverio Maria Bianchi indichi in questo momento un percorso alla sua famiglia religiosa. Mi sembra assai significativo che in un momento in cui tutto intorno a lui stava crollando, egli puntò sull’essenziale: lui che era un dotto barnabita, dedito agli studi e all’insegnamento, a un certo punto piantò tutto e si concentrò sull’unum necessarium: preghiera, penitenza, ministero (soprattutto confessioni e direzione spirituale), osservanza regolare (per quanto glielo permettessero le circostanze). In tal modo egli ha tracciato un cammino valido anche per noi, che stiamo vivendo un’esperienza simile alla sua: tutto ci sta crollando addosso. Che fare? Spesso non sappiamo come regolarci: quali scelte fare per fronteggiare la crisi? Spesso ci illudiamo che ci sia bisogno di elaborare dei grandi progetti; e poi rimaniamo frustrati, perché ci accorgiamo che non abbiamo le forze per realizzarli. Ecco, il Bianchi ci indica una strada molto piú semplice: non curarsi dei fronzoli, per quanto illustri e benemeriti essi possano essere, e puntare all’essenziale. L’ha percorsa lui, questa strada; perché non provare a percorrerla anche noi? “.
Fonte: Querculanus.
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Primo sabato di Febbraio – S. Messa in Rito Romano antico

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Sabato 01 febbraio 2014

Primo sabato del mese

Basilica di S. Paolo Maggiore (piazza S. Gaetano 79 – Napoli)

Cappella di S. Andrea Avellino

ore 19:00

S. Messa in Rito Romano antico

in riparazione degli oltraggi e delle offese contro il Cuore Immacolato di Maria.

Suor Lucia racconta:

“Il 10 dicembre 1925 mi apparve in camera la Vergine Santissima e al suo fianco un Bambino, come sospeso su una nube. La Madonna gli teneva la mano sulle spalle e, contemporaneamente, nell’altra mano reggeva un Cuore circondato di spine. In quel momento il Bambino disse: “Abbi compassione del Cuore della Tua Madre Santissima avvolto
nelle spine che gli uomini ingrati gli configgono continuamente, mentre non v’è chi faccia atti di riparazione per strapparglieLe”.

E subito la Vergine Santissima aggiunse:

“Guarda, figlia mia, il mio Cuore circondato di spine che gli uomini ingrati infliggono continuamente con bestemmie e ingratitudini. Consolami almeno tu e fa sapere questo:

A tutti coloro che per cinque mesi, al primo sabato, si confesseranno, riceveranno la santa Comunione, reciteranno il Rosario e mi faranno compagnia per quindici minuti meditando i Misteri, con l’intenzione di offrirmi riparazioni, prometto di assisterli nell’ora della morte con tutte le grazie necessarie alla salvezza“.

Per ottenere la promessa del Cuore di Maria si richiedono le seguenti condizioni:

1) Confessione (fatta entro gli otto giorni precedenti) con l’intenzione di riparare le offese fatte al Cuore Immacolato di Maria. Se nella Confessione ci si dimentica di fare tale intenzione, si può formularla nella Confessione seguente.

2) Comunione con la stessa intenzione della confessione.

3) La Comunione deve essere fatta nel primo sabato del mese. 

4) La Confessione e la Comunione devono ripetersi per cinque mesi consecutivi, senza interruzione, altrimenti si deve ricominciare da capo. 

5) Recitare una Corona del Rosario con la stessa intenzione della Confessione.

6) Meditazione, per un quarto d’ora per fare compagnia alla SS.ma Vergine meditando sui misteri del Rosario.

Un confessore di Lucia le chiese il perché del numero cinque. Lei lo chiese a Gesù, il quale rispose:

“Si tratta di riparare le cinque offese dirette al Cuore Immacolato di Maria: 1– Le bestemmie contro la sua Immacolata Concezione. 2 – Contro la sua Verginità. 3– Contro la sua Maternità divina e il rifiuto di riconoscerla come Madre degli uomini. 4– L’opera di coloro che pubblicamente infondono nel cuore dei piccoli l’indifferenza, il disprezzo e perfino l’odio contro questa Madre Immacolata. 5 – L’opera di coloro che la offendono direttamente nelle sue immagini sacre.”

Se sua moglie fosse fedele “quasi sempre”…

Don-Vincenzo-Cuomo

Ieri il carissimo amico gestore del blog Cordialiter ha pubblicato un aneddoto che ebbi modo di raccontargli tempo fa. Ne è protagonista il mio defunto padre spirituale, P. Vincenzo Cuomo, Sacerdote dell’Arcidiocesi di Napoli, storico parroco della Chiesa di Nostra Signora di Lourdes (via Calata Capodichino), morto in concetto di santità il 18 luglio 2009 all’età di 86 anni. Mi ripropongo, con l’aiuto di Dio, di inserire nel blog alcuni spunti della sua predicazione, augurandomi di poter contribuire, seppur indegnamente, a far conoscere la figura di questo grande santo, figlio spirituale di S. Pio da Pietrelcina e di Don Dolindo Ruotolo, intrepido esorcista, Sacerdote infaticabile, che ha speso tutta la sua esistenza senza riserva alcuna per condurre le anime alla salvezza eterna, attraverso il ministero di confessore, di predicatore e soprattutto con il suo luminoso esempio di rettitudine, umiltà, purezza e amore alla Madonna, che egli amava invocare “Mamma Maria”.  Si spera che presto possa essere introdotto un processo canonico per l’accertamento delle virtù eroiche di questa gloria del clero napoletano.

“Mi è tornato in mente, in questi giorni, un simpatico aneddoto raccontatomi da P. Cuomo. Non so se possa essere di una qualche utilità per i lettori del blog, ma è estremamente istruttivo ed arguto.
 
Un giorno, si presenta da P. Cuomo una coppia di sposi; la donna era una fervente cattolica, assidua alla frequenza dei SS. Sacramenti e della Messa domenicale, il marito no… Quest’ultimo chiese al padre una benedizione particolare. Siccome Padre Cuomo insisteva molto sul fatto che la benedizione ricevuta senza la Grazia di Dio è come il francobollo messo sulla lettera senza la colla (cioè, non fa presa), chiese all’uomo: «Ma Voi andate a Messa ogni domenica e festa comandata?». Rispose: «Padre, quasi sempre…». Disse P. Cuomo: «Αllora, io so che Vostra moglie è una santa donna, ma se io le chiedessi : ‘Signora, lei è fedele a suo marito?’ e lei rispondesse: ‘Padre, quasi sempre’, lei sarebbe contento?».”

Gaudet Ecclesia Neapolitana

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Oggi, sabato 25 gennaio, nella Basilica di S. Chiara in Napoli, il Card. Angelo Amato, a nome del Santo Padre Francesco, ha presieduto il rito di beatificazione di Maria Cristina di Savoia, Regina delle Due Sicilie, prima della S. Messa Pontificale celebrata dall’Arcivescovo di Napoli, il Card. Crescenzio Sepe. Erano presenti oltre 2000 persone.

Ringraziamo la Provvidenza divina, che continua a benedire Napoli donandoci sempre nuovi Santi e Sante come modelli e intercessori – e della loro intercessione abbiamo veramente bisogno!

Beata Maria Christina, ora pro nobis!

“Con la corona e il Vangelo”

Ricevo un altro interessante articolo su Maria Cristina di Savoia, Regina delle Due Sicilie, che domani sarà beatificata nella Basilica di S. Chiara a Napoli, dove si conservano le sue spoglie mortali.

 

 

 

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Il testo, qui sotto riportato, è tratto dal numero de L’Osservatore Romano allegato e consultabile nel sito: http://vaticanresources.s3.amazonaws.com/pdf%2FQUO_2014_019_2501.pdf

 

ULDERICO PARENTE, Con la corona e il Vangelo. Maria Cristina di Savoia sarà beatificata a Napoli, in L’Osservatore Romano (sabato 25 gennaio 2014), p. 7.

 

 

“La vita di Maria Cristina di Savoia — che il cardinale Angelo Amato, in rappresentanza di Papa Francesco, beatifica sabato 25 gennaio, a Napoli — è stata intensa anche se molto breve: morì, infatti, ad appena 23 anni, il 31 gennaio 1836, a causa di un’infezione contratta dopo aver dato alla luce Francesco, primogenito ed erede al trono di Ferdinando II di Borbone, re delle due Sicilie. A questa morte inattesa e repentina, che ella accolse con piena rassegnazione alla volontà di Dio, Maria Cristina si presentò con un ricco corredo di virtù cristiane, frutto della grazia e del suo costante impegno di vita cristiana. In particolare aveva maturato una speciale attenzione verso il prossimo, che costituì il segno distintivo con cui fu amata in vita e ricordata dopo la morte.

Figlia di Vittorio Emanuele I e di Maria Teresa d’Asburgo, era nata il 14 novembre 1812 a Cagliari, dove la casa Savoia si trovava in esilio, essendo il Piemonte occupato dalle forze napoleoniche. Dopo l’abdicazione del padre a favore di Carlo Felice, fu a Nizza, quindi a Moncalieri, stabilendosi infine a palazzo Tursi, nella città di Genova, insieme con la madre e la sorella Maria Anna, che sarebbe divenuta imperatrice d’Austria. Appena ventenne, dopo la morte della madre, lasciò Genova per recarsi a Torino, secondo le disposizioni di Carlo Alberto. Sorretta e confortata dalla fede, avrebbe desiderato diventare monaca di clausura, ma la ragion di Stato le impose il matrimonio con Ferdinando II, re delle due Sicilie (1810-1859), che fu celebrato il 21 novembre 1832, nel santuario di Nostra Signora dell’Acquasanta, presso Voltri. Maria Cristina stabilì che una parte del denaro destinato ai festeggiamenti per le nozze fosse utilizzato per donare una dote a 240 spose e per riscattare un buon numero di pegni depositati al monte di pietà.

Come regina interpretò il suo ruolo alla luce del Vangelo e degli insegnamenti della Chiesa. Ogni giorno assisteva alla messa, aveva un culto speciale per il santissimo Sacramento e recitava con grande fervore il rosario, leggeva la Bibbia e l’Imitazione di Cristo. Non si occupò del governo dello Stato, ma esercitò una benefica influenza sul marito, che la definiva come il suo “angelo”. Benedetto Croce riferisce che Maria Cristina ottenne per molti condannati a morte la grazia: fra questi ebbe salva la vita anche Cesare Rosaroll, che aveva cospirato per uccidere Ferdinando II.

Fu dotata di non comune intelligenza, colta ed esperta in discipline come la fisica e la classificazione delle pietre preziose. Le fonti processuali riferiscono di doni mistici, ma insistono soprattutto sulla sua umiltà e sulla sua carità. Di queste due virtù fece esperienza, in particolare, il popolo napoletano. Inviava ai poveri denaro e biancheria, dava ricovero agli ammalati, si preoccupò di fornire un tetto a molti  diseredati, diede assegni di mantenimento a giovani donne, sostenne economicamente gli istituti religiosi e i conservatori. In tal modo, con semplicità e umiltà, si avvicinò al popolo, di cui seppe conquistare il cuore e l’affetto. La sua opera sociale più nota fu la riattivazione della industria tessile di San Leucio, dopo anni di abbandono. Qui le famiglie avevano casa, lavoro, una chiesa e una scuola obbligatoria, ed erano tutelate da una legislazione e uno statuto particolari. L’attività produttiva era basata sulla lavorazione della seta che veniva esportata in tutta Europa.

Il 16 gennaio 1836 nacque Francesco. Il 31 gennaio, mentre si preparava consapevolmente alla morte, affidò il piccolo al marito. Poi pronunciò ripetutamente le parole che possono considerarsi il suo testamento spirituale: «Credo in Dio, spero in Dio, amo Dio…». Rivestita del manto regale, adagiata in una bara ricoperta di un cristallo, venne trasportata nella sala d’Erede, dove per tre giorni il popolo sfilò in pellegrinaggio per rendere omaggio alla “reginella santa”. Fu quindi deposta nella basilica del monastero di Santa Chiara, dove si trova tuttora. Pio IX nel 1859 firmò il decreto di introduzione della sua causa di beatificazione. Le virtù eroiche vennero riconosciute il 6 maggio 1937. La promulgazione del decreto sul miracolo attribuito alla sua intercessione reca la data del 2 maggio 2013. La beatificazione della “reginella santa” porta a compimento il desiderio e il convincimento popolare, che volle sempre ricordare Maria Cristina come un autentico esempio di fedeltà al Vangelo, modello anche per i cristiani dei nostri giorni, soprattutto per coloro che rivestono ruoli di responsabilità e per le madri. Nel panorama della santità Maria Cristina di Savoia si distingue per la sua originalità e modernità, per aver saputo valorizzare, in tutte le sue dimensioni, la dignità della donna. Spiccano, nella sua intera esistenza, l’attenzione alla formazione religiosa e culturale e la capacità di promuovere il lavoro femminile, accompagnate da un delicato senso di solidarietà verso gli ultimi. Come sposa seppe illuminare con il consiglio e il sostegno della preghiera le decisioni del marito, secondo la legge di Dio e non solo quella degli uomini. Come madre diede la testimonianza più eloquente, amando con tenerezza, per il brevissimo tempo che le fu concesso di vivere, il bambino che aveva partorito.”

Una nuova Beata per Napoli

Riporto un altro articolo, apparso sul settimanale dell’Arcidiocesi di Napoli e ripreso dal Sito dei Frati Minore dell’Umbria, dedicato alla Venerabile Regina Maria Cristina di Savoia, a firma del postulatore della Causa P. Giovangiuseppe Califano OFM.

maria cristina di borbone

“Napoli avrà presto una nuova beata. Si tratta della Venerabile Serva di Dio Maria Cristina di Savoia, regina del Regno delle Due Sicile, il cui rito di beatificazione si celebrerà sabato 25 gennaio 2014 alle ore 11.00 nella basilica di S. Chiara in Napoli. Qui infatti, nella cappella di San Tommaso, si custodisce il suo venerato sepolcro.

Maria Cristina di Savoia giunse a Napoli il 30 novembre 1832, sposa di Ferdinando II di Borbone, come giovane sovrana destinata a scrivere una pagina di singolare santità nella sua nuova patria. Breve fu la sua permanenza a Napoli, gli ultimi tre anni della sua vita, sufficienti per essere acclamata dalla corte e dal popolo come la “Reginella santa”.

Dopo un lungo e documentato processo canonico, la Chiesa proclama beata questa giovane e nobile donna, a testimonianza che la “vita buona del vangelo” è possibile in ogni ambiente sociale e che la universale chiamata alla santità è vocazione di ogni battezzato. Napoli, che l’accolse come un dono regale al suo arrivo, la riscopre oggi come dono di santità suscitato dallo Spirito.

Maria Cristina nacque a Cagliari il 14 novembre 1812, ultima delle figlie di Vittorio Emanuele I di Savoia e di Maria Teresa d’Asburgo. Educata dalla madre e guidata spiritualmente dall’olivetano padre Giovanni Battista Terzi, visse l’infanzia e la giovinezza alla corte di Torino e, dopo la morte del padre, a palazzo Tursi in Genova.

La sua avvenenza, la sua cultura e le sue doti morali e spirituali fecero di lei la sposa più ambita dai sovrani dell’epoca. Il 21 novembre 1832 nel santuario di Nostra Signora dell’Acquasanta in Voltri (Genova), dopo lunghe trattative ed approfondito discernimento spirituale, Maria Cristina si unì in matrimonio con Ferdinando II di Borbone.

Accanto al giovane sovrano, mantenne le sue religiose abitudini, espressione di una fede convinta e matura. Seppe illuminare con il consiglio e sostenere con la preghiera le decisioni importanti del re, appellandosi alla legge di Dio oltre che alla giustizia degli uomini. In seno alla famiglia reale e alla corte attuò una missione silenziosa ed efficace di testimonianza cristiana, volta a comporre le divergenze, moderare gli animi, morigerare i costumi.

Conquistò il popolo di Napoli con la sua sollecita e straordinaria carità. Attingendo al suo personale patrimonio, soccorse con prodigalità i poveri, secondo le richieste che le giungevano dalla città e dal regno. Per far fronte al fiume di elemosine da lei voluto e autorizzato si avvalse della collaborazione dei vescovi e dei parroci per agire in modo equo ed evitare ingiustizie.

Con la sua intercessione salvò molti condannati a morte, ottenendo che la pena capitale fosse commutata in una più lieve. Tra le opere sociali da lei promosse, oltre la dotazione delle ragazze povere e la produzione di letti per gli indigenti, va menzionata la riattivazione dell’industria della seta presso gli opifici del Real Sito di San Leucio di Caserta, e ciò a vantaggio dei coloni di quelle terre.

Dopo aver chiesto insistentemente a Dio il dono della maternità, che sembrava tardare, coronò il suo breve regno con la nascita dell’erede, Francesco. Colta da febbre puerperale visse gli ultimi giorni nella piena adesione alla volontà di Dio, disponendo che si provvedesse ai poveri da lei assistiti anche dopo la sua dipartita. Morì nel palazzo reale di Napoli a mezzogiorno del 31 gennaio 1836, ripetendo le parole che erano diventate la sua ultima invocazione: “Credo in Dio, spero in Dio, amo Dio”.

La nuova beata ci offre un messaggio perennemente attuale e mostra un itinerario di virtù da tutti praticabile. Maria Cristina fin da fanciulla aveva compreso che la perfezione cristiana è fondata sull’amore: conoscere Dio per amarlo e servirlo, amare i propri fratelli e soccorrerli nelle loro necessità. Sia da principessa che da regina restò fedele alle promesse battesimali e seppe diffondere il bene attorno a sé dal posto in cui Dio l’aveva collocata.

A tutti insegna che Dio è la vera ricchezza, l’unico bene, la fonte di ogni autentica felicità.

Giovangiusppe Califano (Postulatore della Causa)

Tratto da: Nuova Stagione. Settimanale diocesano di Napoli 42 (24 novembre 2013), p. 2.”

Fonte: Assisi OFM

Beatificazione della Regina Maria Cristina di Savoia

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Sabato prossimo, 25 gennaio 2014, nella Basilica di S. Chiara in Napoli, alle ore 11:00, la Venerabile Maria Cristina di Savoia, Regina di Napoli, verrà solennemente beatificata.

Riprendo da Corrispondenza Romana un interessante articolo di Cristina Siccardi sulla ormai prossima Beata.

” L’iter della Causa di beatificazione della Venerabile Maria Cristina di Savoia si è concluso felicemente nel corso dell’anno Bicentenario della sua nascita (14 novembre 2012 – 14 novembre 2013) e nel corso dell’Anno della Fede, quella Fede che animò tutta la breve vita della «Reginella Santa», come è chiamata colei che sul letto di morte ripeté la sua professione di Fede: «Credo, Domine! Credo, Domine!».

Il Cardinale Crescenzio Sepe, Arcivescovo di Napoli, informato il 3 maggio 2013 dell’approvazione del DecretoSuper miro da parte del Papa, il giorno successivo ne ha dato annuncio al clero e ai fedeli di Napoli riuniti nella basilica di Santa Chiara, proprio nel luogo dove si custodisce il sepolcro di Maria Cristina di Savoia. Ciò è stato possibile per la felice coincidenza della data del Decreto, 2 maggio, con la festa della traslazione delle reliquie di san Gennaro, che si celebra ogni anno nel sabato che precede la prima domenica del mese mariano e che si solennizza con la tradizionale processione della reliquia del sangue e del busto di san Gennaro stesso e dei Patroni principali della città, dal duomo alla basilica di Santa Chiara.

«Deus, qui in figúra huius mundi beátam Maríam Christínam prudénti ardentíque caritáte decorásti et artificem in augmento Regni tui effecisti, praesta nobis, eius exémplo et intercessióne, ut de vero amóris tui thesáuro benefaciéntes accípere valeámus. Per Dóminum» («O Dio, che nella scena di questo mondo hai ornato di sollecita e sapiente carità la beata Maria Cristina, perché contribuisse all’edificazione del tuo regno, concedi anche a noi, sul suo esempio e con la sua intercessione, di operare il bene attingendo alla vera ricchezza del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo»): questa è l’orazione che è stata composta per la Liturgia in onore della Beata Maria Cristina di Savoia, che sarà innalzata all’onore degli altari il 25 gennaio.

Nata a Cagliari il 14 novembre 1812 da Vittorio Emanuele I e Maria Teresa d’Asburgo, fin da bambina diede esempio di pietà, modestia e generosità. Rimasta orfana di padre e madre, il 30 marzo 1832 Carlo Alberto ordinò il suo trasferimento a Torino e il 21 novembre fu data in sposa a Re Ferdinando II di Borbone, sovrano delle Due Sicilie. Nella corte di Napoli, visse in virtù nel suo duplice stato di moglie e di regina, fu consigliera saggia e prudente del Re, nonché vera madre dei poveri e degli ultimi, per i quali prodigava la sua immensa carità.

Ottenne la salvezza per molti condannati a morte e seppe farsi carico delle sofferenze del suo popolo, edificando opere pubbliche in favore degli infelici. Il 31 gennaio 1836, pochi giorni dopo aver dato alla luce l’atteso erede al trono, Francesco II, concluse a 24 anni la sua esistenza fra l’unanime compianto della corte e del popolo, un popolo che, pur nel rinnovamento delle generazioni, è rimasto profondamente fedele alla devozione di questa sovrana cattolica, che lungo il tempo ha elargito, per sua intercessione, grazie e miracoli.

Nel 1852 il Venerabile Servo di Dio Sisto Riario Sforza, Cardinale Arcivescovo di Napoli, avviò il Processo sulla fama di santità della regina Maria Cristina. Il 9 luglio 1859 il Beato Pio IX introdusse ufficialmente la Causa, autorizzando l’istruzione del Processo Apostolico. Pio XI il 6 maggio 1937 confermò l’eroicità delle virtù della Serva di Dio e da quel momento le fu attribuito il titolo di Venerabile. Dal 2004 alcune provvidenziali circostanze hanno favorito la ripresa della Causa, fra queste la costituzione dell’Associazione Convegni di Cultura Maria Cristina di Savoia, come parte attrice. Ed oggi, finalmente, la sua beatificazione. La festa liturgica è stata fissata al 31 gennaio, giorno anniversario del suo dies natalis.

Per la sua beatificazione è stato composto un inno ‒ i cui autori sono il Postulatore della Causa, Padre Giovangiuseppe Califano Ofm (testo) e Padre Alessandro Brustenghi Ofm (musica) ‒ del quale riportiamo alcuni versi di rara bellezza, antica e sempre nuova: «La soave, dolce, tua memoria / si rinnova nei secoli, regina, / ed allieta il popolo devoto / della tua santità, Maria Cristina! / Da nobile stirpe nascesti / e nozze regali abbracciasti / ma il regno che solo scegliesti / fu il Regno di Cristo Gesù. / Sia gloria a Cristo Signore / che regna sui re della terra  / il Regno dei cieli consegna / agli umili e ai puri di cuor! / Ricercasti Dio con tutto il cuore / ed in Lui ritrovasti ogni ricchezza. / Comprendesti il senso dell’amore: / tutto passa, ma solo il bene resta!…». (Cristina Siccardi)”.

Fonte: Corrispondenza Romana

Novena a S. Francesco Saverio Bianchi (22-30 gennaio)

Oggi inizia la Novena a S. Francesco Saverio Maria Bianchi, le cui spoglie mortali si venerano a Napoli nella Chiesa di S. Maria di Caravaggio (piazza Dante). La sua memoria liturgia è il 31 gennaio.

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Trascrivo alcune notizie biografiche e una preghiera, utilizzabile come Novena, da un’immaginetta trovata nella Chiesa testé citata, recante l’approvazione ecclesiastica.

CENNI BIOGRAFICI

“S. Francesco Saverio Maria Bianchi nacque ad Arpino (Frosinone) il 2 dicembre 1743. Alunno dei Barnabiti nella città natale, coronò i suoi studi alla Università di Napoli. Chiamato da Dio al Sacerdozio, entrò nell’ordine dei Barnabiti. Sacerdote, irradiò il Cristo nella scuola, nel ministero, guidando moltissime anime nella via della perfezione. Ebbe il dono delle profezie, della scrutazione dei cuori e dell’orazione. Durante l’eruzione del Vesuvio nel 1804 con un segno di croce ne fermò la lava, che menava strage e morte. In vecchiaia, afflitto da una misteriosa malattia, durata circa 13 anni e accolta come un dono di Dio, riprendeva le forze solo per celebrare la Santa Messa.

Morì il 31 Gennaio 1815. Leone XIII lo annoverò fra i Beati e, per i moltissimi anni trascorsi a Napoli e per lo zelo straordinario esplicato a vantaggio del popolo napoletano, lo proclamò «Apostolo di Napoli». Il Papa Pio XII lo ascrisse all’Albo dei Santi il 21 Ottobre 1951.

La sua tomba, nella Chiesa di S. Maria di Caravaggio, piazza Dante, in Napoli, è meta di continui pellegrinaggi”.

NOVENA

V. Adiutorium nostrum in nomine Domini.                                                                                                    R. Qui fecit caelum et terram.

I. O soavissimo amante della volontà del Signore, che sempre tranquillo e sereno nelle più aspre lotte dello spirito e nei più tremendi commovimenti dei popoli, esercitaste per lunghi anni un vero apostolato di pace, facendovi tutto a tutti, per tutti attirare al Cuore Santissimo di Gesù Cristo; pregate per noi quel divin Cuore, perché, addivenuti a sua somiglianza umili e mansueti, portiamo in pace le pubbliche e private calamità, e in ogni più spiacevole incontro ci confortiamo nell’amorosissima Provvidenza di Dio, dicendo più che colla bocca, col cuore: Sia sempre fatta la volontà del Signore!

Pater, Ave, Gloria.

II. O pazientissimo imitatore di Gesù Crocifisso, che tormentato da insanabili piaghe, passaste tanta parte della vostra vita fra indicibili spasimi senza dare un lamento; e benché impotente nel corpo, foste per l’ardore dello spirito l’aiuto, il consolatore, la guida d’innumerevoli anime: pregate per noi il nostro Amor crocifisso; perché persuasi una volta che la via del cielo è la via della croce e del sacrifizio, siamo sempre pazienti nei mali che ci travagliano, animosamente esclamando come Voi coll’Apostolo: Benedetto Gesù che ci consola in ogni nostra tribolazione!

Pater, Ave, Gloria.

III. O ferventissimo amante di Gesù Sacramentato, Francesco Saverio Maria, che nell’Ostia adorabile trovaste tutte le vostre delizie fino a sentirvene come trapassato il cuore da amorosa ferita, sicché qual Serafino di amore, al pur pensarvi o sentirne parlare, il vostro stesso corpo trasaliva o cadeva in deliquio, mentre lo spirito s’inebriava di purissimi ardori di carità; pregate per noi, sì languidi e freddi nel divino amore, perché aneliamo di accostarci sovente a quella Mensa, a quel Tabernacolo, in cui Dio ha voluto raccolte tutte le sue meraviglie, per sollevarci così da queste terrene cose a pregustare fin d’ora le ineffabili delizie del Paradiso.

Pater, Ave, Gloria.

V. Prega per noi, S. Francesco Saverio Maria.                                                                                             R. Perché siamo resi degni delle promesse di Cristo.

Orazione. O Signore Gesù Cristo, per mezzo di S. Francesco Saverio Maria, inondato dalla dolcezza del tuo amore, hai voluto attirare i tuoi fedeli ad amarti; concedi benigno a noi di tendere ardentemente al tuo amore, rapiti dal profumo delle sue virtù. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.